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LE PIETRE MILIARI DELLA MUSICA, DA RI SCOPRIRE IN QUESTI GIORNI. LATE FOR THE SKY – JACKSON BROWNE (1974)

di Pietro Bortolozzo

Sfuggito in fretta dalle coffee-houses del Greenwich Village e dagli ambienti underground della New York di Nico e di Andy Warhol, completamente frastornato dai suoi ritmi e dai suoi eccessi, ritorna nella città degli Angeli, lui che ne è figlio adottivo, così timido e riservato. Forte è il richiamo di Los Angels e, ben presto, si inserisce nel giro che conta della west coast californiana: collaborazioni e frequentazioni importanti con i nomi più rispettati lo fanno diventare punto di riferimento e ispiratore e maestro per molti grandi nomi della scena americana. Si impone presso critica e pubblico come uno dei più apprezzati folk singer e delicato poeta per il suo talento, per la sua simpatia e per la sua comunicativa a livello umano.

Songwriter colto e sensibile, l’autore più raffinato, insieme a Joni Mitchell, di tutta una generazione, diventa sempre più il simbolo del nuovo spirito californiano. Lontano dal prototipo della star dello show business, Jackson Browne, idealista e romantico, è il cantore della fine del sogno hippie e delle sue utopie, della disillusione e del vuoto che ne consegue. I suoi racconti affascinano, rivelano una profonda sensibilità, una fluidità di linguaggio, la sua eloquenza ricercata, una grande dote compositiva e un grande carisma. Sono canzoni introspettive alle quali si aggiunge una voce così calda e vicina. Browne sta per diventare a breve uno dei più influenti esponenti della west coast degli anni ’70.

Late For The Sky, il suo terzo album, quello della maturazione e suo capolavoro, esce nel 1974 e porta a definitivo compimento tutte le intuizioni dei lavori precedenti. È l’album di addio alla giovinezza, tra la voglia di andare e la mancanza di direzioni, per tutti i romantici senza speranza in cerca di una risposta. L’esplorazione della romantica possibilità all’ombra dell’apocalisse, la vulnerabilità dell’idealismo romantico e il dolore del narcisismo giovanile per la sopravvivenza, l’autobiografia della sua virilità giovanile. Otto pezzi senza tempo e una copertina che da sola varrebbe l’acquisto. Coadiuvato da un gruppo eccelso, Browne dà vita a un disco suonato e arrangiato in modo impeccabile. Testi carichi di poesia e di quella amara dolcezza, con una musica, sempre malinconica e fatalista, intima eppure quasi epica denotando una capacità espressiva unica, sempre in bilico tra la poesia, l’ironia e la drammaticità. Un lavoro che trascende qualsiasi categorizzazione.

In apertura la title track è una delle più toccanti di sempre, con un organo struggente e la voce di Browne limpida e malinconica, e poi quelle note di piano che descrivono tutta la solitudine umana e per contrasto un inspiegabile bisogno d’amore. E’ la storia di un amore finito e della disillusione amorosa e verrà utilizzata da Scorsese nel suo miglior film, “Taxi driver” con Robert De Niro. “Fountain Of Sorrow” non cambia il tono elegiaco, restano la malinconia e il canto puro di Browne. In “Further On” la chitarra di David Lindley letteralmente piange, intonata al piano di Jackson. “The Road And The Sky” è una cavalcata spensierata on the road mentre si ritorna al dolore, in “For A Dancer“, canzone per un amico scomparso, il clima luttuoso viene espresso dal violino di Lindley. Il disco si chiude fra poesia, pessimismo e speranza con il manifesto antinucleare di “Before The Deluge”, anticipazione dell’impegno civile e ambientalista che svilupperà in seguito. E’ l’epitaffio sulla tomba della speranza, l’abbattimento totale delle illusioni hippie che Browne aveva sostenuto, e nel contempo monito estremo a un’umanità a due passi dalla catastrofe: in fondo al baratro c’è ancora una speranza. Con questo disco Jackson Browne si pone come cantore della quotidianità, della società e della collettività, i suoi dolori e le sue malinconie sono in fondo quelle di tutti gli uomini, accomunati dalle medesime gioie e miserie. Agli abbandoni si sovrappongono i ricordi, la sensazione di stasi emotiva è controbilanciata dalla voglia di andare oltre, di superare ieri e guardare quello che succede intorno con occhi diversi. “Late for the sky” è un disco di tutti perché è sentito da tutti. Solo Dylan prima e Springsteen poi sono riusciti a creare opere simili.

E allora eccolo il capolavoro d’una carriera.

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