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LE PIETRE MILIARI DELLA MUSICA, DA RI SCOPRIRE IN QUESTI GIORNI. The Dark Side Of The Moon – PINK FLOYD ( 1973)

Di Pietro Bortolozzo

Nei primi anni Settanta i Pink Floyd lavorano su una suite concettuale sull’alienazione umana, rodata dal vivo, per lungo tempo, prima di essere elaborata in studio con l’inserimento di effetti particolari, sotto la regia del tecnico del suono Alan Parsons. Il risultato è The Dark Side of the Moon che viene pubblicato il 23 marzo 1973. Nonostante una tiepida accoglienza iniziale, diventa uno degli album più venduti di tutti i tempi (oltre quarantacinque milioni di copie), spalancando al gruppo le porte del successo mondiale. Il disco segna una svolta nella carriera della band, decretandone la maturità e facendone prendere le distanze da essere il punto di riferimento del rock psichedelico degli inizi. Un’opera diversa dalle precedenti produzioni del gruppo, per molti, la migliore, e in assoluto innovativa nell’ambito della musica moderna, spesso indicata dai critici musicali come uno dei più influenti album di tutti i tempi. La mente creativa di Roger Waters, a cui si deve gran parte della realizzazione, partorisce testi dal profondo contenuto filosofico e di riflessione sulla condizione umana: le paure e le angosce di una società e dell’epoca in cui è collocata. Dieci titoli legati fra loro a formare un’unica suite sulla follia, l’alienazione, i conflitti, l’ avidità, il denaro, la morte: gli stessi temi che porteranno qualche anno più tardi al concepimento di “The Wall”.

Il suono è raffinato, arricchito dal sax e da cori soul, i brani hanno innovazioni armoniche e arrangiamenti vibranti con l’uso di tecniche di registrazione avanzate, prodigi d’alchimia di una formula sonora che tocca la perfezione. I rumori, i suoni si fondono con la musica, diventando essi stessi musica. Per la prima volta vengono introdotti strumenti elettronici a fianco di effetti sonori per un lavoro perfetto.

L’album dà un taglio netto con il passato: Waters si lascia alle spalle definitivamente l’ombra del “ pifferaio magico”, del “ principe pazzo”, il fondatore e ispiratore dei primi Pink Floyd, Syd Barrett. Gli dedicherà un ultimo omaggio, l’atto celebrativo: il successivo “Wish you were here”, qualche anno più tardi.

L’album è trascinato verso la gloria da “ Money”, loro primo numero uno negli States, il più famoso e commerciale, forse però il pezzo più staccato dal contesto generale, certo non il più riuscito. Momento di intenso lirismo è “Time”, trascinante nella sua fusione fra testo e musica. Elegia alla pazzia e allo stesso tempo alla libertà dell’uomo, schiavo della società che lo opprime, è “The great gig in the sky”, la perla dell’album, dominata dai vocalizzi soul-gospel e dalla pura magia celestiale della tastiera di Rick Wrights. A chiudere “Eclipse “ un, forse , ottimista ed inatteso ultimo vagito del disco, una amara teorica speranza di potercela fare, chiudendo poi il cerchio con il battito cardiaco che aveva iniziato il viaggio, o forse a farlo ricominciare, dato che, il cerchio non ha un inizio ed una fine definiti.

Il disco è un concept album sull’alienazione e la schizofrenia della società contemporanea, con la Morte come sfondo reale ed incombente. Il sound dei Pink Floyd è lo specchio di tale angoscia e smarrimento di un’umanità disumanizzata in mostruose metropoli. Un concept onirico che, contemporaneamente, chiudeva l’era lisergica ed inaugurava quella della modernità tecnologica, basandosi concettualmente sulla convinzione di Roger Waters che la vita non è altro che un procedere inesorabilmente verso la pazzia e la morte, corsa scandita dalla brama di potere, soldi, e dallo scorrere del tempo.

È un balzo verso un’era futuristica prossima a venire. Migliaia di camere da letto di giovani di tutto il mondo si tappezzano di strani poster raffiguranti piramidi e prismi mentre il sofisticato congegno di Waters & Co. assurge a capolavoro e bestseller. Questo lavoro è rimasto fino a pochi anni fa come pietra di paragone usato dai fonici di tutto il mondo ad esempio per testare gli impianti stereo. Per le innovazioni che ha portato alla musica da camera, per le visioni futuristiche in esso contenute, per l’oltremodo perfetto collage musica-effetti sonori-testi, per l’essere stato fonte d’ispirazione per un innumerevole quantità di artisti e, volendo, per il grandissimo numero di copie vendute, esso va a collocarsi inevitabilmente tra le opere maggiori del Novecento artistico e sicuramente un’opera immortale.

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